lupo

lunedì 11 novembre 2013

Iperbole

Negri ha sempre avuto posizioni stimolanti, date da un originale mix di determinismo e soggettivismo che solo lui riesce a dosare in maniera apparentemente compatibile. I suoi trascorsi operaisti lo portano sempre ad attribuire  valenza immediatamente politica ad ogni contraddizione che si esprima in forma di lotta. Così come ha questa attitudine all’iperbole grazie a cui riesce a far passare come pienamente realizzati ed operanti processi tutt’al’più in tendenza.
La nostra posizione riguardo l’UE e la sua moneta è nota ed è in questo senso che il terreno europeo può essere per noi terreno di battaglia ma per affermare (non tornare a) la sovranità  nazionale e popolare con tanto di ritorno alla valuta nazionale. Questo non per sciovinismo o tardo-garibaldismo ma perché consideriamo imprescindibile tale passaggio per realizzare una forma socializzata e solidale di economia e convivenza che riattualizzi il comunismo come via d’uscita dalla crisi nell’interesse delle classi popolari. L’orizzonte del vecchio stato nazione è senz’altro insufficiente, occorre costruire un blocco con altri popoli e paesi e senz’altro l’area euromediterranea è oggi ricca quanto devastata di contraddizioni e conflitti tali che potrebbero farla diventare  l’epicentro di questo blocco. Ma i popoli che cercheranno di dargli vita non possono iniziare a costruire dalle tegole (la moneta) anziché dai pilastri; occorre che quei paesi e popoli che scoppieranno prima, rispetto all’ Eurozona, prevedibilmente quelli del sud Europa, tornino alle valute nazionali, affinché non si ripetano le discrepanze odierne, dando vita, al contempo, ad una alleanza e ricerca di omogeneità sulle politiche sociali, fiscali, commerciali, del lavoro ecc… per arrivare poi a compimento con una moneta ed un mercato comune. Ma socialista! Auspichiamo un processo che prenda spunto dall’Alba bolivaviana; lì si cerca di creare un nuovo campo socialista, in fin dei conti, ma senza aver imposto prima il bolivar. Ovviamente non basta la sola sovranità monetaria, servono altre misure  che andiamo illustrando  da anni, inascoltati a sinistra mentre fra poco vedremo le destre reazionarie cavalcare l’uscita dall’euro; recuperando la sovranità monetaria non si aprirà necessariamente una transizione ad un nuovo socialismo ma no potrà esserci questo processo senza l’uscita dall’euro (e dall’Unione imperialista europea).
 Riguardo al soggetto mi sembra di cogliere una nostalgia di centralità, comprensibile. Il “finanzcapitalismo” ha modificato sostanzialmente le forme della democrazia e della rappresentanza; non c’è più l’operaio fordista ma nemmeno la democrazia fordista, avendo il liberismo spinto di questi decenni sviluppato tendenze fondamentalmente oligarchiche. Sono quelle oligarchie che si fanno “governance”  cercando di contrastare la decadenza (più che provincializzazione) dell’Europa e dell’Occidente ( la loro perdita di centralità economica a fronte dello sviluppo dell’area euro asiatica e Brics) mettendo in campo le controtendenze possibili, quelle militari e finanziarie in primis, le quali rispondono alla medesima logica di distruzione di capitali eccedenti. Il sistema democratico fordista era costruito su misura per tentare di venire a capo del conflitto animato principalmente da una figura operaia che rifletteva  in se la doppia contraddizione di comando e di valore, nel disciplinamento o nel sabotaggio del sistema fabbrica. Quel sistema produceva un soggetto migrante “interno” , classe in sé, esercito industriale di riserva potenzialmente crumiro,  utilizzato per spezzare scioperi e unità operaia, principalmente per la disponibilità al cottimo. Ma l’immigrato era anche il limite antagonista al sistema del sottosviluppo integrato  in cui era costretto il meridione e travalicò il limite, classe per sé, ponendosi, anni dopo, come avanguardia delle lotte in fabbrica e nei quartieri. Parliamo di un paio di decenni di ciclo espansivo. Il sistema oligarchico finanziario che governa il capitale-crisi impone recessione ed austerità, taglio dei lavoratori in carne ed ossa laddove non può tagliare troppo velocemente il costo del lavoro; il tutto per avvicinarsi ai margini di plusvalore assoluto realizzabili in Moldavia o giù di lì. Impone tagli al welfare con processi di terziarizzazione e privatizzazione dei servizi. Pone anche una nuova divisione internazionale del lavoro, allocazione delle risorse, rimondializzazione dei rapporti di capitale (sussunsione reale su scala planetaria) di cui guerre di resistenza ed esodi migratori costituiscono tanto il prodotto che il limite antagonista. Come sai noi abbiamo guardato solidarmente alle resistenze,armate o meno, negli anni precedenti l’aggravarsi della crisi sistemica senza lasciar perdere il terreno dei conflitti sociali e lavorativi ma realizzando il venir meno in essi di una centralità operaia, tramontata da oltre un quarantennio, senza veder emergere una nuova soggettività egemone catalizzatrice di conflitto e alternativa. Tanto che ritengo doverci ormai “rassegnare” alla complessità di un soggetto multiforme, portatore di forti contraddizioni interne, che porrà per molto tempo la questione della centralità come una condizione da riferire più alla nostalgia che alla teoria. E qui mi sembra che il paradigma migrante (che evochi pur senza porre) ricada in tale nostalgia. Nella concezione postoperaista che influenza ancora tanti intellettuali e settori di movimento il migrante finisce per succedere e sostituire l’operaio massa e sabotatore della catena della grande fabbrica, l’operaio sociale della fabbrica diffusa e dell’indistinzione tra tempo di lavoro e di vita, le moltitudini biopolitiche di cui concentra la condizione estrema di mobiità e precarietà (oltre che sradicazione). Più che individuare una nuova centralità mi sembra imprescindibile arrivare ad una ricomposizione di classe, cioè del soggetto frammentato di cui sopra, individuando i percorsi e le forme di lotta comune adeguati in tale direzione, consapevoli che ci sono pulsioni potenti ed ostinate in direzione contraria, adeguatamente alimentate. Credo che ci si debba porre un limite entro cui le contraddizioni in seno al popolo per (scomodare Mao,) la guerra tra poveri nel senso corrente, possono superare le spinte alla guerra di classe ed intanto compromettere  irrimediabilmente i processi di ricomposizione. Non penso proprio che nella UE, così com’è, inizierà un movimento rivoluzionario che coinvolgerà contemporaneamente tutti i popoli costretti allo status di cittadini europei; questi si svilupperanno nei paesi che stanno peggio su scala fondamentalmente nazionale, insieme ad eguali ed opposte tendenze a svolte reazionarie. La base per le mobilitazioni reazionarie di massa saranno proprio  date dalle condizioni che generano le guerre tra poveri e non è un caso che i paesi del sud Europa si vedano  maggiormente esposti alle ondate migratorie. C’è una ovvia ragione geografica ma c’è anche una deliberata scelta di apparente indifferenza  della Germania e dell’area nordeuropea, le quali sanno benissimo che cosi com’è l’Eurozona non reggerà e finchè alimenteranno precarietà ed instabilità sociale nei paesi periferici potranno continuare a concentrare capitali e tenerci a strozzo. Con questo non voglio dire che gli aspiranti rivoluzionari debbono prefigurarsi delle quote migratorie ma che occorre essere consapevoli che esistono anche fattori demografici nazionali e territoriali che finiscono per incidere sulla lotta di classe, come ci insegna la storia delle rivoluzioni reali. E che non basta mai essere il prodotto più elevato della contraddizione - sia stato l’operaio nel conflitto capitale-lavoro o sia oggi il migrante in questo mondo stretto sussunto dal capitale globalizzato - per divenire automaticamente l’agente storico della trasformazione. Occorre che il soggetto in sé diventi “per sé”.

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