Un movimento per rivitalizzare il luogo (Fonte Magna + campetto dei frati) ... live music... dj set...esposizioni d'art...visual performance... spettacoli danza...artigianato artistico...food & drinks ... e andiamo!!!
LEspace-Est-A-/VOUS*
0. Oltrepassando le odierne (apparenti)
dicotomie Pubblico-Privato, Stato-Mercato, Politica-Economia ecc., quali sono i
reali fattori costitutivi del legame sociale? Quali sono i veri presupposti, le
pratiche concrete che presiedono a qualunque forma di istituzionalità
(“artificiale”,“contrattata” e comunque convenzionale:
la “norma”, il “denaro” ecc.)? Senza aver la pretesa di fornire definitive
risposte a tali enormi questioni, si può almeno dire che ogni logica di
istituzionalizzazione (pubblica o privata) risponde a un piano più
profondo dell’agire –ovvero, delle razionalità
e delle espressività individuali/collettive- che si situa alle radici di
ogni processo di socializzazione e, pertanto, di ogni sua possibile
normalizzazione in norme e convenzioni.
1. L’origine delle
convenzioni/regole e delle istituzioni (ugualmente quelle formali-reali del “diritto
pubblico” -in ogni sua articolazione amministrativa territoriale- e quelle reali-formali
del “Mercato” –in ogni sua articolazione dal diritto privato alle mediazioni
del denaro –sia quello virtuale dei conti elettronici, sia quello materiale
della moneta per regolare i cd. “liberi scambi”-) sta nell’agire sociale: pertanto
non c’è mai una “origine perduta” da ripristinare, bensì un processo creativo in continuo divenire da saper-agire. Che poi questo agire
individuale/collettivo sia, oggi, “catatonicamente”
determinato e retto dalla formale legalità astratta o dall’individualismo
competitivo-concorrenziale neoliberista dei mitici “mercati”, e non sia
piuttosto regolata da una autonoma,
indipendente e dinamica cooperazione sociale, è appunto il problema evidente di una società
assoggettata a vari feticismi e asservita al capitale. Già, poco più di quattro
secoli fa, così altri si ponevano la stessa questione: “Per ora vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini,
tanti villaggi e città, tante nazioni a volte sopportano un tiranno che non ha
alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non
in quanto viene tollerato e non potrebbe far male ad alcuno, se non nel caso
che si preferisca sopportarlo anziché contraddirlo. […]E' così che gli
uomini tutto desiderano eccetto la libertà, perché forse la otterrebbero semplicemente
desiderandola” [Etienne De La
Boétie, Discorso sulla servitù volontaria]
2. La
politica –quella che oggi governa e amministra i territori- si ricorda della
cultura e dell’arte solo di rado, e per lo più solo strumentalmente a fini
propagandistici, onde ottenere “consenso” oppure, retoricamente, per darsi un
certo “lustro” istituzionale. “Ben altre” –si sente spesso dire- “sono le
questioni ‘serie’” da mettere in cima alla propria agenda. Ecco allora
dispiegarsi uno specifico marketing politico atto a pre-formare l’opinione pubblica e il “senso comune” –dividendoli in due fazioni, come da
consunto costume italico-, e costruendo un ordine del discorso dominante
ridotto alla surrettizia bipolarità: “con la cultura non si mangia” vs “la
cultura è il petrolio italiano”. Evidentemente, queste due false alternative, con la povertà linguistica dello slogan, fanno
entrambe capo alla medesima ed unica ragione
realmente dominante e determinante al giorno d’oggi: il profitto economico. A
questa “razionalità” del neoliberismo la politica si è volontariamente
asservita, dimenticando che essa dovrebbe condividere con la cultura in
generale, e con l’arte in particolare, la capacità di esprimere, rappresentare,
modificare e criticare le nostre forme di vita, i nostri modi di convivere e di
stare nel mondo.
3. Ovvio,
considerate le condizioni di precarietà e di miseria quotidiane in cui ormai la
quasi totalità di noialtri versa (a fronte, invece, di sempre maggiori profitti
e rendite –economiche e politiche- che rifluiscono nelle tasche di pochissimi
noti), ci fa senz’altro urlare: “prima il
pane per tutti!”. Ma questo “primato del pane per tutti” potrà mai divenire
possibile in una società ridotta a ragionare solo con gli umori della “pancia”,
disattivando i neuroni del cervello e così accettando come un dato
incontrovertibile di “senso comune” il primato del “mercato”, la
colonizzazione-totalizzazione economica di ogni aspetto e ogni spazio della
vita, senza nemmeno saper immaginare un’alternativa?
3.1.
Chiediamoci: è possibile vincolare la
cultura, la politica, i diritti, gli spazi e i luoghi per le forme di
socializzazione al primato del profitto? È quest’ultimo l’unico presupposto di
valorizzazione sociale? o piuttosto è possibile dar luogo a forme alternative, autonome, indipendenti di
(auto)valorizzazione sociale?
4. Mettere
sul tavolo simili questioni significa allora iniziare a parlare della riappropriazione
-e iniziare a praticarla
collettivamente- delle piazze, dei luoghi/spazi e degli edifici della città nei
quali poter passeggiare, sedersi, conversare, esprimersi, creare, socializzare
e, da ultimo ma non per ultimo, poter “banalmente” abitare. Significa, in altri
termini, riappropriarsi di ricchezze comuni –che socialmente produciamo, nonostante
l’ideologia (eppure operativa) della competizione di tutti contro tutti-; riappropriarsi
di luoghi e spazi comuni che appartengono alla storia delle nostre comunità;
riappropriarsi della capacità di progettare
in comune nuove istituzioni, nuove forme di convivenza in comune adeguate
ai tempi che stiamo attraversando. Riappropriazione
di spazi, ricchezze e cultura comuni
come forma di pratica indipendente e “dal basso”, per un autogoverno contro le
imposizioni e l’esproprio coatto dei sistemi di governance del “Pubblico” e del “Privato”, ovvero del “Politico”
odierno e del Mercato.
5. Per
rimanere (limitandoci assai) nell’Italia degli ultimi venti anni, le
istituzioni ufficiali -pubbliche e statali- non solo si sono prodigate nel
derubricare in fondo alle proprie agende politiche le voci “cultura, arte,
sociale”. Molto più spesso (se non quasi sempre) hanno poco “apprezzato” o
decisamente osteggiato (a colpi di sgomberi e denunce) spazi e modelli
alternativi –indipendenti da logiche istituzionali e mercantili, riappropriati “dal
basso”- di valorizzazione, produzione e circolazione di socialità e cultura.
Ciò in nome di ragioni e funzioni regolative e amministrative che le
istituzioni territoriali interpretavano -e interpretano-, traducendo i propri specifici
compiti secondo i parametri di una logica tradizionalmente prefettizia (cioè,
esecutivo-poliziesca). In tal modo, queste istituzioni si sono mostrate essere
funzionalmente delle cinghie di trasmissione della “ragione economica”
neoliberista dominante e del suo pensiero e modello unici di valorizzazione,
basati su individualizzazione competitiva, segmentazione e gerarchizzazione
sociali.
6. Occorre
avere il coraggio di mostrarsi “velleitari”, “ingenui”, “incompatibili” e
persino “arroganti” di fronte ai sorrisetti di sufficienza e alle pacche
istituzionali sulle spalle dispensate da puri e semplici amministratori dell’esistente
miseria: uomini e donne senza o con poche qualità che contrabbano per
“realismo” il loro asservimento alle logiche del profitto dell’economia
mercantile o alla necessità di riprodurre la propria effimera, e perciò
precaria, rendita di posizione politica. Dobbiamo avere la forza di mettere in
croce chi ha accettato ruoli istituzionali con la promessa di custodire il
nostro patrimonio comune e/o di ricostruire e rivalorizzare il nostro tessuto
sociale (in ogni senso) produttivo.
Reclamiamo il nostro diritto –e perfino il
dovere- di generare e restituire linfa vitale, piacere di vivere e ricchezza a
noi stessi e alla nostra città. Per questo scopo abbiamo bisogno di spazi
materiali e di condizioni concrete: luoghi di incontro, luoghi di tutti e per
tutti ove sia possibile ritrovarsi, prendere la parola, esprimersi, elaborare,
darsi tempo, progettare e costruire.
Riappropriarsi degli spazi comuni -della nostra
storia, cultura, socialità- significa anche rivendicare il diritto a un reddito
indiretto, ossia reclamarlo alle istituzioni territoriali più prossime che
dovrebbero “ben amministrare” la ricchezza socialmente prodotta.
°28/09/2014°28/09/2014°28/09/2014°28/09/2014°28/09/2014
@Osimo c/o Fontemagna
h.17:00-…
indipendence day/night
va bene romi monica e cari tutti ma qui bisogna concentrarci sull'organizzazione comunista xchè il nemico non ci da solo le pacche ma anche le legnate sulle spalle
RispondiEliminaGreat post thhanks
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